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Pollo: ecco la ricetta per un piatto gustoso e salutare

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www.ricettedigusto.info

Il pollo è una delle prime carni che viene inserita nell’alimentazione del bambino grazie alla sua alta digeribilità, alla sua morbidezza e ai suoi valori nutrizionali.

Basti pensare infatti che in 100 g di pollo sono presenti ben 30 g di proteine e solo 0,9 g di grassi mentre la “cugina” carne rossa contiene mediamente 22 g di proteine e 2,3 grammi di grassi.

Crescendo però i nostri bambini possono diventare più esigenti e “difficili” ecco perché è importante servire a tavola delle alternative.

Oggi vi proponiamo un pollo in crosta croccante ed il segreto è l’impanatura fatta con la farina di ceci.

Perché utilizzare la farina di ceci?

La farina di ceci è un tipo di farina ottenuta dalla macinazione dei ceci secchi, e la biologa nutrizionista, la dott.ssa Moschi, ha deciso di utilizzarla in questa ricetta per i suoi benefici nutrizionali.

E’ infatti un alimento molto nutriente, particolarmente ricco di vitamine del gruppo B, A, C ed E e fornisce un ottimo apporto di acidi grassi Omega 6 e ferro. Contiene inoltre una discreta quantità di fibre, utili per regolarizzare la digestione, proteine a medio valore biologico e grassi «buoni» come l’acido linoleico, un alleato per la salute del cuore.

Pronte per deliziare il palato del vostro bambino?

Ecco quello che vi serve (ingredienti per 4 persone)

  • 400 gr Bocconcini di pollo o di tacchino
  • 4 cucchiai da minestra di Farina di ceci
  • a piacere Curcuma
  • un pizzico di Sale
  • un pizzico di Pepe
  • alcune foglie di Salvia
  • buccia di Limone grattugiata
  • 1 spicchio di Aglio
  • 1/2 bicchiere di Olio extra vergine di oliva

La ricetta

Endometriosi: cause, fattori di rischio, sintomi, diagnosi e cura

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www.magazinefemminile.it

L’endometriosi è una malattia dell’apparato genitale femminile determinata dall’accumulo anomalo di cellule endometriali (l’endometrio, il tessuto che riveste la parete interna dell’utero) fuori dall’utero o in porzioni di utero non appropriate. Solitamente le cellule endometriali dovrebbero trovarsi all’interno di esso. 

Questa anomalia determina nel corpo un’infiammazione cronica dannosa per l’apparato femminile, che si manifesta tramite forti dolori e sofferenze intestinali. Si tratta di una malattia cronica con la quale le donne devono poter convivere con il minor disagio possibile.  L’endometriosi può colpire donne di qualunque età ma, da diversi studi, è emerso che la fascia più colpita è quella tra i 30 e i 40 anni, quindi donne in età fertile. In Italia sono ben 3 milioni le donne affette da endometriosi.

Cause

Le precise cause di endometriosi sono poco chiare.

Esistono, tuttavia, diverse teorie che cercano di spiegare come possa insorgere la malattia endometriosica, ecco le principali: 

  • Teoria della mestruazione retrograda
  • Teoria metaplastica: trasformazione delle cellule del peritoneo in cellule endometriali,
  • Teoria ormonale
  • Teoria della predisposizione genetica
  • Teoria dell’impianto iatrogeno: esiste una possibilità di impianto di tessuto endometriale sulle cicatrici chirurgiche, successive a taglio cesareo o a operazioni di rimozione dell’utero (isterectomia).
  • Teoria dell’alterazione immunitaria endoperitoneale: Normalmente il sistema immunitario riconosce come estranee le cellule dell’endometrio che sono refluite in cavità addominale al momento della mestruazione e le elimina. In base alla teoria dell’alterazione immunitaria endoperitoneale un’anomalia del sopraccitato meccanismo immunitario indotta da una mutazione genetica consentirebbe ad alcune cellule endometriali di sopravvivere e moltiplicarsi.

Fattori di rischio

Il rischio di sviluppare l’endometriosi è maggiore in presenza dei seguenti fattori di rischio:

  • Nulliparità. È il termine medico usato per indicare le donne che non hanno mai partorito;
  • Menarca (ossia la prima mestruazione) in età precoce;
  • Menopausa in età molto avanzata;
  • Cicli mestruali brevi (per esempio, durata inferiore ai 27 giorni); 
  • Mestruazioni molto prolungate (durata maggiore di 7 giorni);
  • Alti livelli di estrogeni nel corpo o un’esposizione agli estrogeni che si somma alla quantità di estrogeni prodotti normalmente dal corpo;
  • Consumo ingente di alcol
  • Storia familiare di endometriosi;
  • Presenza di una qualsiasi condizione medica che impedisca il normale passaggio del flusso mestruale al di fuori del corpo;
  • Presenza di anomalie uterine

Sintomi

I sintomi tipici dell’endometriosi sono:

  • Dolore pelvico ricorrente (in genere compare poco prima e durante le mestruazioni);
  • Dismenorrea (mestruazioni estremamente dolorose);
  • Dispareunia (dolore genitale e in zona pelvica durante i rapporti sessuali);
  • Menorragia (ingente perdita di sangue durante le mestruazioni).

Diagnosi

La diagnosi di endometriosi avviene attraverso la raccolta dei sintomi, valutando attentamente la storia clinica della paziente, per poi procedere all’esame obiettivo, alla visita ginecologica, alla diagnostica per immagini (ecografia transvaginale o transrettale, risonanza magnetica, TAC).

Cura

La terapia più efficace consiste nell’asportazione, tramite intervento chirurgico, dell’endometrio in laparoscopia, senza intaccare l’apparato genitale riproduttivo della paziente. Si tratta di un intervento non invasivo, che può essere ripetuto più volte nel tempo. Per i forti dolori, sotto consiglio medico, si valuterà l’assunzione della pillola anticoncezionale o la terapia tramite progestinici che riducono rapidamente i dolori ma non migliorano lo stato della malattia. Tra i farmaci più utilizzati, gli antidolorifici.

FONTI:

www.endometriosi.it ;

www.my-personaltrainer.it

Caterina Lenti
Caterina Lenti
Giornalista

Ecco una super merenda per tutta la famiglia

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Foto di samer daboul da Pexels

I palati raffinati e tutti coloro che amano il gusto senza rinunciare alla leggerezza dei cibi, saranno felici di sperimentare la ricetta proposta dalla D.ssa Gaia Nonni, nutrizionista, le tartellette al cacao e yogurt vegetale.

In questa ricetta per l’impasto viene utilizzata la farina di castagne che dona alle tartellette un gusto particolare ed inoltre lo rende più morbido ed appetitoso. Questa farina non contiene glutine quindi questi gustosi dolci possono essere consumati anche dalle persone intolleranti e da chi soffre di celiachia.

Le castagne

La castagna è chiamata anche il pane dei poveri perché nei periodi di carestia ha fornito il necessario apporto di nutrienti ai contadini che se ne cibavano salvandoli così dalle malattie legate alla denutrizione e spesso dalla morte. Le proprietà di questo frutto sono molteplici in quanto è ricco di fibre e vitamine (C e gruppo B) e di sali minerali come il fosforo e il potassio.

E’ interessante sapere che la farina di castagne ha un basso indice glicemico rispetto alla farina 00 comunemente usata ed è pari a quello contenuto nella farina integrale; la sua naturale dolcezza ci permette inoltre di utilizzare negli impasti, realizzati con questo tipo di farina, una quantità ridotta di zucchero.

Yogurt vegetale

Un altro ingrediente interessante di questa ricetta è lo yogurt vegetale. Di cosa si tratta?

Lo yogurt vegetale è un prodotto fermentato derivato dal “latte” estratto dai semi o dai frutti di alcune specie vegetali.

Attenzione però alle denominazioni in quanto, secondo la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, i prodotti vegetali non possono essere commercializzati con denominazioni proprie a quelle di origine animale, come latte, panna, formaggio, yogurt. Si tratta di prodotti simili tra loro per le modalità di consumo, ma differenti per le caratteristiche nutrizionali e per il processo produttivo.

La composizione nutrizionale dello “yogurt” vegetale varia in base alla bevanda di partenza da cui si otterrà lo “yogurt”.

Vitamine e  minerali vengono spesso aggiunti a questi prodotti per renderli più simili a quelli derivati dal latte vaccino.

Per chi vuole tenere sotto controllo il peso lo “yogurt” vegetale è senza dubbio una valida alternativa a quello ottenuto dal latte di mucca o di capra in quanto contiene meno grassi ed è più leggero da un punto di vista energetico. In genere 100 g di “yogurt” vegetale forniscono circa 33 calorie contro le 61 di quello animale.

Il cacao

Il cacao è ricavato dalla fava oleosa contenuta in una bacca gigante, frutto della pianta del cacao.

L’arbusto del cacao è un sempreverde che può arrivare a toccare i dieci metri di altezza e fu importato nel “nostro mondo” da Cristoforo Colombo.

Il cacao è ricco di minerali come magnesio, potassio, calcio, fosforo, zinco, ferro, manganese, rame, sodio e selenio. Nel cacao inoltre sono presenti le vitamine del gruppo B. Per questo il cacao si presenta come un prodotto dall’alto apporto di energia e viene consigliato a chi pratica attività sportiva e a chi è durante il periodo dello sviluppo.

Il cacao ha anche delle proprietà antiossidanti tra cui spiccano quelle dei flavonoidi e delle catechine. Queste sostanze sostengono il microcircolo e proteggono dalle malattie cardiovascolari in quanto amplificano il colesterolo buono (HDL) andando di conseguenza a ridurre il colesterolo cattivo (LDL).

Il cacao ha anche un’azione antidepressiva in quanto contiene la tiramina e  l’anandamide, sostanze capaci di causare euforia; la tiramina in particolare, tende a rasserenare i problemi legati ad ansia e quindi a bilanciare gli stati d’animo. Quindi gustare queste tartellette a colazione o a merenda farà felice il nostro palato e quello dei nostri bimbi, ma anche il nostro corpo che potrà trarre benefici dalle proprietà nutritive degli ingredienti utilizzati in questa gustosa ricetta.

Per seguire la ricetta clicca qui

Maria Letizia Poggi
Maria Letizia Poggi
Laureata in Lettere, freelance

…e se il bambino picchia i denti che faccio?

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www.clinicheblanc.com

Noi genitori lo sappiamo! Quante volte i nostri figli arrivano di corsa dicendo che sono caduti o che si sono “fatti male” giocando. Cerotti e disinfettante sempre a portata di mano per risolvere le piccole sbucciature ed eccoli pronti per tornare di corsa a giocare con gli amici.

Purtroppo può capitare, fortunatamente raramente, che il trauma sia un pochino più serio e il piccolo torni con un dente scheggiato o addirittura con un dente in mano.

Che fare in questi casi? Lo abbiamo chiesto al Dott. Luigi Paglia direttore del dipartimento di odontoiatria materna infantile dell’Istituto stomatologico italiano di Milano.

Dott. Paglia da quale età iniziate a seguire i bambini?

Ci prendiamo cura del piccolo paziente da quando è nella pancia della mamma fino ai 14 anni quando diventa adolescente dando tutti i suggerimenti necessari per farlo crescere in maniera corretta da un punto di vista della salute orale.

Infatti la vera prevenzione inizia prima ancora della nascita del bambino.

Parliamo di traumi orofacciali. Ne riscontrate molti?

Si abbiamo una grande grande frequenza di traumi orofacciali che vanno dal 6 al 60% dei bambini in età prescolare con un picco tra i 18 e i 30 mesi quando il bambino incomincia a camminare. Infatti in questo periodo non ha ancora sviluppato tutti i riflessi necessari per proteggersi con le mani per cui è facile che cadendo sbatta faccia e denti che ne risentono traumatizzandosi.

Un trauma su un dente da latte va seguito attentamente perchè si potrebbe avere un riflesso sul dente permanente. Infatti la radice del dente da latte può colpire il germe del dente definitivo e provocarne delle alterazioni. Queste possono essere puntiformi se il dente permanente si trova già in uno stadio avanzato di maturazione, ma possono essere più importanti e possono arrivare addirittura alla lacerazione del germe del permanente con la sua dilacerazione se il dente definitivo era ancora in una fase primordiale di sviluppo. Qui diventa importante l‘intervento tempestivo del dentista nel risolvere questa situazione.

Quanti tipi di traumi ci possono essere ai dentini da latte?

Prima di tutto può esserci un trauma intrusivo in cui il dente da latte può rientrare e colpire quello permanente. Questo normalmente causa un danno grave. Si può aspettare due o tre settimane per vedere se il dente scende. Se così non fosse bisogna intervenire o con un’estrazione o con un riposizionamento di tipo chirurgico e comunque con terapie specialistiche. Come consiglio alle mamme, se dovesse capitare un trauma intrusivo è quello di programmare una visita dal dentista il più presto possibile affinchè possa valutare l’entità del danno e quindi provvedere affinchè questo non si verifichi.

Oppure un dente da latte in seguito ad un trauma può cadere, in questo caso si chiama exarticolazione e spesso non ci sono danni al dente definitivo.

Si possono avere anche delle concussioni ossia dei traumi inferiori che possono provocare una frattura della parte più esterna della corona che possono essere ricostruite e trattate con maggior facilità.

Insomma i danni più importanti dei denti da latte sono determinati dai traumi intrusivi.

In caso di traumi ai denti da latte cosa consiglia alle mamme?

Quello che devono fare i genitori è verificare il trauma, controllare se non c’è più il dente e capire se è stato perso o se è rientrato e programmare una visita dal dentista.

E’ possibile che si scheggino anche i denti da latte?

Si è possibile anche se non è un trauma frequente e il danno va valutato caso per caso. Infatti se la scheggiatura è superficiale spesso non si interviene, se invece si tratta di una scheggiatura un po’ più profonda che intacca la dentina bisogna provvedere con una piccola ricostruzione.

E quando i traumi riguardano i denti definitivi?

Nei denti definitivi è più frequente la frattura coronale ossia quella della parte emergente del dente perché l’osso del soggetto più adulto è più resistente e quindi meno cedevole. L’osso tiene ben saldo il dente e quindi il trauma si esaurisce sulla corona che si spezza.

Il consiglio per la mamma è di trovare il pezzo di dente rotto perché si può incollare, conservarlo in acqua o in latte e andare subito dal dentista.

Nell’adolescente il trauma più importante che richiede una particolare attenzione da parte del genitore o di chi è presente al fatto è quello dell’exarticolazione ossia quando si perde completamente il dente permanente. Questo è un momento molto molto delicato perché il dente va recuperato, messo immediatamente in ambiente umido per preservare le cellule che sono sulla radice del dente e portato il più velocemente possibile da un dentista che deve provvedere al reimpianto.

Mentre per il dente deciduo non si fa il reimpianto, il dente permanente è fondamentale reimpiantarlo.

Quanto tempo si ha per arrivare dal dentista?

Si ha poco tempo, per questo bisogna essere veloci. Questo poco tempo deve essere utilizzato molto bene. Può essere allungato mantenendo il dente in ambiente umido, come latte o acqua fisiologica. Se proprio non si trova niente può essere conservato nella stessa bocca del paziente. Così il dente viene idratato e portato immediatamente dal dentista. Il successo del reimpianto a lungo termine è inversamente proporzionale al tempo che è passato fra la perdita e il reimpianto.

Perché è così importante tenere il dente idratato?

Perché la radice del dente è popolata da cellule che sono quelle del legamento parodontale. Queste cellule muoiono già in mezz’ora e scompaiono completamente se lasciate in ambiente secco.

Passato questo tempo il successo dell’impianto diventa molto a rischio, perché non essendoci più queste cellule c’è un diretto contatto fra la radice e l’osso. Questo contatto diretto, chiamato anchilosi, determina nel tempo riassorbimento della radice. L’osso aggredirà nel tempo la radice e la riassorberà.

Ci sono altri tipi di traumi?

Si, possiamo avere fratture della radice del dente. In questo caso il trauma che avviene sulla corona viene trasmesso anche alla radice che si frattura. In genere non si ha perdita di una parte dell’elemento dentario ma si ha mobilità del dente. Bisogna andare dal dentista che stabilizza il dente immobilizzandolo. E’ come quando ci si rompe l’omero, bisogna bloccare il braccio in modo che l’osso si possa “ricementare”. Questa operazione si fa esternamente con un apparecchio ortodontico. Si blocca il moncone mobile con quello che è rimasto all’interno dell’osso che è fisso. Nell’arco di 2 o 3 mesi si ha la guarigione della radice che si riunisce al pezzo che si è rotto.

Il dente deve essere devitalizzato?

No, non è necessario se il trauma si esaurisce sui tessuti duri e non coinvolge la polpa. Se è possibile la vitalità dell’elemento dentale va preservata. La polpa residua sana è quella che promuove la guarigione della frattura.

Ricordiamoci sempre che un dente vitale ha una durata molto superiore rispetto ad uno devitalizzato.

Dott. Paglia cosa possiamo fare per prevenire questi traumi?

Sicuramente la prevenzione inizia avendo coscienza delle condizioni anatomiche di partenza dei propri figli. Infatti se un ragazzo ha i denti sporgenti è più probabile che cadendo possa urtare i denti con i conseguenti danni sopra descritti.

In questi casi bisogna cercare di prevenire mettendo l’apparecchio che riposiziona in modo corretto i denti.

Invece nel caso in cui un ragazzo faccia uno sport più pericoloso come quelli da contatto la prevenzione si fa mettendo dei protettori orali posti sull’arcata superiore che evitano, in caso di urto del massiccio facciale, dei danni ai denti.

Monica Mazzoleni
Monica Mazzoleni
Farmacista formulatore, giornalista

0-3 anni: ad ogni età il suo linguaggio. Ecco come valutarne il corretto sviluppo

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Foto di cottonbro da Pexels

Fin dalla nascita il neonato produce suoni e comunica i bisogni essenziali mediante il pianto. Intorno ai 3 mesi aumenta la varietà dei suoni prodotti che divengono più simili a quelli della lingua a cui è esposto fin da prima della nascita.

In questo periodo il bambino impara ad ascoltare e questo lo stimola a produrre vocalizzazioni che sfociano in una sorta di “gioco” condiviso tra adulto e bambino basato su versi e suoni.

In questa fase il bambino sperimenta le capacità e si esercita a ripetere i modelli internazionali degli adulti.

A 6 mesi il bebè inizia ad avere un maggior controllo sulla mandibola e sulla lingua e si assiste alla comparsa del babbling canonico ovvero “tatatata” “papapasequenze di sillabe uguali ripetute.

Il questa fase il babbling ha caratteristiche universali, poiché la combinazione di suoni prodotti sono presenti in diverse lingue.

Successivamente emerge la fase del babbling variato, ovvero quando si assiste ad una variazione di consonante o vocale e di andamento intonativo: babi, pape.

Il bambino inizia a parlare

Le prime parole compaiono tra i 9 -15 mesi e fino ai 18 mesi convivono con il babbling. In questa fase si assiste anche alla comparsa dei gesti deittici (indicare, richiedere, dare e mostrare), che accompagnano e sostengono l’eloquio del bambino e successivamente alla comparsa dei gesti referenziali (movimenti convenzionali delle mani e del corpo come salutare, gesto di telefonare, mangiare).

Fino a 50 parole il repertorio lessicale del bambino è limitato alla produzione di parole con foni che appartenevano già al repertorio del babbling.

Successivamente intorno ai 17 mesi si assiste al periodo “dell’esplosione” del vocabolario in cui il lessico del bambino supera le 100 parole cominciando a capire come posizionare bocca e lingua per produrre un determinato suono che è diverso da un altro.

Seppur in questa fase il bambino comunichi ancora mediante singole parole, riesce ad essere estremamente efficace grazie anche all’accompagnamento di gesti e, in questo modo, la singola parola può assumere la funzione di frase ed esprimere differenti significati.

Dalle singole parole alle prime frasi

Tra 19-26 mesi i bambini cominciano a combinare 2 o più parole in sequenza formando così le prime frasi: “mamma via, pappa più”.

Tra 20-29 mesi si assiste ad un aumento degli enunciati semplici: “bambino prende cucchiaio”.

Tra 24-33 mesi prevalgono frasi nucleari prodotte con morfemi liberi e frasi ampliate con espansioni del nucleo: “il bambino mangia con cucchiaio

Tra i 27-38 mesi  avviene infine l’ultima fase di consolidamento e generalizzazione delle regole in frasi complesse: “ho sentito il cane abbaiare”.

È sempre bene ricordare che ci sono diversi studi che sostengono una continuità e una gradualità nello sviluppo in cui le fasi e i tempi non sono rigidamente prefissati e le differenze individuali possono essere ampie. Inoltre lo sviluppo del linguaggio è fortemente dipendente dal tipo di ambiente che circonda il bambino, infatti è proprio quest’ultimo che rinforza i comportamenti vocali / gestuali del bambino attribuendo loro un significato.

Quando e perché devo chiedere un consulto?

 In linea generale i campanelli d’allarme che possiamo individuare sono:

–          mancata presenza del babbling canonico dopo i 10 mesi.

–          un repertorio minore di 50 parole tra i 18-24 mesi

–          mancata combinazione di parole a 30 mesi

–          mancata o scarsa comparsa dei gesti, infatti diversi studi scientifici (Iverson, Capirci e Caselli 1994; capirci et al., 1996) evidenziano che i gesti non solo precedono la comparsa delle prime parole, ma continuano ad accompagnare le produzioni verbali quando i bambini iniziano ad esprimersi attraverso le parole.

È importante osservare e conoscere le tappe evolutive del linguaggio fin dai primissimi mesi di vita, per prevenire o minimizzare un successivo sviluppo di disordini fonologici / disturbi primari del linguaggio o ancora disturbi dell’apprendimento.

Cosa possiamo fare?

Innanzitutto non allarmiamoci e rivolgiamoci al pediatra di fiducia che ci consiglierà un professionista specializzato nel migliore approccio per il nostro bimbo.

Nel frattempo vediamo alcuni consigli pratici di ciò che possiamo fare a casa:

–          Creare delle opportunità di comunicazione

–          Seguire il bambino nell’interazione

–          Aggiungere nuove parole durante l’interazione

–          Favorire la turnazione comunicativa (parlo prima io poi il bambino senza parlarsi sopra)

Questo significa per mamma e papà parlare meno per lasciare al bambino la possibilità di esprimersi e seguirlo durante la conversazione. 

Porre enfasi durante la produzione delle frasi variando il tono della voce, andare piano e utilizzare un eloquio composto da frasi semplici

Dare sempre un riferimento visivo rispetto a ciò di cui si sta parlando/ciò a cui ci si sta riferendo mostrandolo al bambino, perché la comprensione è sempre alla base della produzione.

Questo lo possiamo fare mediante la creazione di routine come il momento del bagnetto o con giochi simbolici (fare la cuoca, fare il dottore) o cantando canzoncine e soprattutto con lettura condivisa di libri per bambini. Ricordiamoci che la scelta del libro non è casuale ma specifica per ogni fascia di età: 6-12 mesi libri sensoriali, 12-18 mesi libri con singole immagini, 12-24 mesi libri descrittivi e 24-36 mesi libri con storie.

Alice Bartorelli
Alice Bartorelli
Logopedista.
Specialista nella riabilitazione di disturbi del linguaggio e disturbi miofunzionali orofacciali in età evolutiva.
Lavora principalmente presso studi privati.

Come far mangiare gli spinaci ai bambini

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Foto di Rodolfo Quirós da Pexels

Spesso non è facile far mangiare ai propri le figli le verdure ecco perché è importante ingegnarsi in cucina.

Ci viene in aiuto la dott.ssa Giusi Smeralda Biologa Nutrizionista che ha creato un condimento per una pasta nutriente e salutare. Basta mettere tutti gli ingredienti in un mixer e frullarli… il gioco è fatto!

La lista della spesa

  • 400 gr di spinaci crudi
  • 1 Avocado
  • 20 gr Semi di sesamo
  • 20 gr Semi di lino
  • 40 gr Granella di pistacchi
  • 50 gr Pecorino grattugiato
  • 200 gr Olio extra vergine di oliva

Proprietà della ricetta

Gli spinaci:

Rendono le ossa più forti: sono ricchi di  calcio, magnesio e fosforo che svolgono un ruolo significativo nel rafforzamento delle ossa e nel favorire uno sviluppo sano.

Supporto per il sistema cardiovascolare: grazie all’elevato contenuto di potassio giocano un ruolo importante per la salute del cuore.

Aumentano le difese immunitarie: contengono tutte le principali vitamine (soprattutto vitamina K) necessarie per un sistema immunitario sano .

Benefici per la vista: sono una ricca fonte di beta carotene (vitamina A), aiutano a mantenere e migliorare la vista.

Agiscono come un lassativo naturale: gli spinaci assorbono l’acqua e aumentano il volume delle feci aiutando a combattere la stitichezza.

L’avocado

L’ avocado è un frutto grasso molto salutare che è altamente raccomandato nelle diete dei bambini piccoli e in crescita.

Tra i diversi benefici per la salute il più importante è che contiene una grande quantità di grassi sani che aiutano la crescita del bambino. 

Oltre a contenere buone quantità di minerali come il fosforo, il potassio, il magnesio, il calcio, il sodio e il ferro, contiene anche piccole quantità di selenio, manganese, rame e zinco che sono essenziali per lo sviluppo di un bambino. Diverse vitamine sono disponibili in abbondanza, tra cui vitamine B1, B2, niacina, folato, B6 e acido pantotenico che facilitano lo sviluppo del bambino. Contiene anche vitamine C ed E che aumentano l’immunità e migliorano le condizioni della pelle.

Per la ricetta clicca qui

Come stimolare i piccoli durante il lockdown

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Perché i bambini vogliono vedere sempre lo stesso film

L’isolamento forzato, imposto dai periodi bui della pandemia, può avere effetti negativi sul benessere dei piccoli e probabilmente non verranno mai a dirci che si sentono soli, pur tendendo spesso, a comportarsi male, a essere più irritabili e meno pazienti.

Diversi studi hanno notato che, nel corso della pandemia, i bambini possono manifestare comportamenti d’insofferenza, lamentarsi eccessivamente, utilizzare un linguaggio maleducato, lanciare oggetti. Diventano più aggressivi verso i fratelli e piangono spesso. Diversi genitori lamentano una regressione nella cura della persona e vedono i loro figli più “letargici” del solito.

Come stimolare i piccoli durante i periodi bui della pandemia in casa? 

Se Internet, la TV ma anche piccole dosi di videogiochi diventano indispensabili per rimanere in contatto con parenti, scuola e amici in questo “mondo a distanza”, è consigliabile affiancare, specie i più piccoli, nell’utilizzo di questi dispositivi, trasformandoli in momenti di condivisione.

La tecnologia è senza ombra di dubbio, purché dosata, preziosa più che mai durante i lockdown, per cui ritagliatevi momenti per videochiamate via Skype, Messenger o Whatsapp… di sicuro i bimbi saranno ben felici di vedere i loro nonni o parenti, seppur virtualmente!

Proponete loro attività in vari ambiti: creativi ( pasta modellabile, sabbia colorata fatte in casa, fiori e farfalle realizzate con pasta colorata), lettura, cucina, esperimenti botanici, giochi musicali, di movimento e yoga.

Stabilite una routine giornaliera a seconda del giorno della settimana, che preveda compiti familiari per ognuno e orari in cui ritrovarsi per un’ attività condivisa (es. esercizio fisico).

Evitate di consultare sempre i media, ma ritagliatevi 2 momenti al giorno per farlo, privilegiando le fonti ufficiali; parlate d’ altro, quindi non di pandemia, per non accrescere ansie e preoccupazioni.

Il tempo trascorso in casa può essere un momento di condivisione affettiva, per cui perché non rispolverare album e foto, ricordi e racconti di famiglia? 

Importante, consigliano i pediatri, è aiutare i piccoli a comprendere che un virus, così come un terremoto o una calamità, ad esempio, colpiscono tutti indistintamente, senza distinzioni di razza, sesso, religione e che le difficoltà appartengono alla vita, così come i momenti felici.

E perché non aiutare i piccoli ad effettuare azioni concrete per aiutare coloro che si trovano in difficoltà? A volte è sufficiente una telefonata ai nonni per farli sentire meno soli, non vi pare?

Con i bambini più piccoli, siate concisi e andati dritti al punto

Lasciate che le domande del bambino guidino la conversazione. Ma siate onesti. Dite loro quello che sapete e non sapete. Ma controbilanciate il tutto confortandoli: molte persone stanno lavorando per questa situazione e la distanza sociale è il modo giusto per gestirla. Rassicurateli del fatto che sono al sicuro e protetti.

Evitate comportamenti pessimistici e giudicanti in presenza dei bambini e non confondete la speranza e la positività con la certezza assoluta in modo che il detto “tutto andrà bene” significhi “è possibile che con l’impegno di tutti la situazione migliori”. 

Insomma, insegniamo ai nostri figli che non siamo immortali e invincibili come i supereroi.

www.savethechildren.it

www.nationalgeographic.it

www.amicopediatra.it

Caterina Lenti
Caterina Lenti
Giornalista

Come preparare una colazione gustosa e salutare per tutta la famiglia

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Foto di Lain De Macias da Pexels

Si sa, ognuno ha i propri gusti e spesso, mettere d’accordo genitori e figli diventa una vera e proprio impresa.

Ecco allora che ci viene in aiuto la dietista Dott.ssa Laura Mavilia che ha preparato una facile ricetta per iniziare la giornata con il giusto sprint e che metterà tutti d’accordo: Muffin con yogurt e arancia

Il segreto è usare i giusti ingredienti in modo da ottenere un equilibrio tra gusto e apporto nutrizionale e calorico. 

Ecco la lista per 8 muffin:

  • 100 gr Farina semintegrale tipo 1
  • 20 gr Amido di mais
  • 1 Uova
  • 1 vasetto Yogurt agli agrumi
  • 2 cucchiai da minestra di Olio di semi di girasole
  • 30 ml Succo di arancia
  • 60 gr Zucchero
  • 1/2 Bustina Lievito per dolci
  • Scorza d’arancia

La scelta dello yogurt

Agli inizi del ‘900 il microbiologo russo Ilya Ilyich Mechnikov fu uno dei primi scienziati a capire le potenzialità dello yogurt. Ciò che attirò la sua attenzione fu la longevità della popolazione bulgara che da sempre fa un largo uso di yogurt. 

Con il tempo si sono susseguite numerose ricerche e oggi sappiamo che lo yogurt:

  • permette di assumere  proteine di qualità e gli altri nutrienti presenti nel latte con una maggiore digeribilità. La fermentazione è infatti una sorta di pre-digestione del lattosio, che viene convertito per il 30-40% in galattosio, glucosio e acido lattico. Questo, insieme all’incremento dell’attività dell’enzima lattasi a livello della mucosa dell’intestino e a un rallentamento del transito intestinale rispetto al latte, rende lo yogurt un alimento adatto anche in caso di intolleranza al lattosio dovuta a carenza di lattasi. 
  • è una fonte di vitamine alleate del metabolismo (Vit. D, A e B) e di minerali preziosi per la salute di cuore, ossa e denti (calcio, fosforo, magnesio e potassio).
  • aiuta a mantenere il microbiota intestinale in equilibrio, grazie all’alto contenuto di batteri e lieviti utilizzati nella fermentazione lattica, prevenendo la colonizzazione di altri microrganismi che causano malattie.
  • facilita il regolare transito intestinale 

Un altro ingrediente “magico” è il succo d’arancia

Le arance sono ricche di sostanze nutritive benefiche per la nostra salute, contengono infatti:

  • la vitamine A, C, E, B1, B3 e B5: in particolare la vitamina C, che è alleata del ferro e ne favorisce l’assorbimento;
  • le fibre: in particolare la pectina, più concentrata nella buccia, che aiuta a regolarizzare le funzioni intestinali, soprattutto in caso di stipsi;
  • sali minerali (come potassio, magnesio, zinco e calcio);
  • fitonutrienti come l’esperidina che sembra avere un effetto protettivo sulla salute del cuore.

Ed ora tutti in cucina, cogliete l’occasione per fare un’attività divertente tutti insieme. Poi potrete gustarvi i “frutti del vostro duro lavoro”

Allenamento in gravidanza e post parto: ecco gli esercizi giusti

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Sport in gravidanza: un toccasana per mamma e bambino

Gli addominali si possono allenare in gravidanza? Sì ma non si possono svolgere tutti gli esercizi!

Soprattutto nel post-parto la donna si preoccupa della salute dei propri addominali e in particolar modo del loro aspetto…infatti la pancia non torna subito alle condizioni di partenza ovvero all’epoca del concepimento.

Durante la gravidanza ci si dovrebbe concentrare sull’ allenamento del “core” ovvero quell’insieme di muscoli che comprendono sì gli addominali ma anche il pavimento pelvico, i dorsali ed i lombari.

Questo tipo di lavoro dovrà essere svolto lavorando in posizioni di equilibrio, magari con l’ausilio di piccoli attrezzi propriocettivi e, soprattutto, adeguando correttamente la respirazione per evitare apnee.

Ciò che si deve assolutamente evitare in gravidanza è il crunch e tutte le sue varianti (ovvero tutti quegli esercizi in cui si sollevano il capo e le spalle) perché questo tipo di esercizi può aumentare la pressione intra-addominale e soprattutto a livello del pavimento pelvico generando non pochi problemi nel parto e nel puerperio.

Sicuramente affidarsi ad esperti dell’esercizio fisico in gravidanza è la scelta vincente perché vi accompagneranno al grande evento facendo aumentare in voi la consapevolezza del proprio addome e del pavimento pelvico per poter procedere al parto ed al successivo recupero con tutte le armi cariche.

 In realtà, se si sta per prendere in considerazione l’idea di una futura gravidanza, sarebbe meglio pensare prima al proprio pavimento pelvico facendosi insegnare, sempre da un professionista del settore, a riconoscerlo e ad attivarlo e rilassarlo nel modo corretto.

La prevenzione è sempre consigliata!

E nel post parto?

Nella mente della donna, qualche settimana dopo il parto si instaura subito un timore: la mia pancia tornerà come prima?

La risposta è sì nel 90% dei casi. Infatti dopo qualche mese l’addome riprenderà l’aspetto iniziale e la sua funzionalità verrà recuperata grazie ad esercizi specifici.

In alcuni casi, invece, compare quella che viene chiamata diastasi addominale ovvero l’allontanamento dei muscoli retti dell’addome (ovvero dei quadratini della tartaruga) che avviene fisiologicamente durante la gravidanza per far posto al pancione ma che permane anche nel post parto: in pratica la fascia che li congiunge cede e non riesce a recuperare il tono pre gravidanza.In questi casi è opportuno rivolgersi ad uno specialista, un fisioterapista per esempio, per valutare la gravità della diastasi e il da farsi.

Nella maggior parte dei casi la diastasi viene risolta tramite l’attività fisica specifica ovvero esercizi che vadano a ridurre questo “gap” tra i due retti dell’addome: molti sono i laureati in scienze motorie specializzati in questo tipo di ginnastica.

Nel post parto innanzitutto bisognerà avere pazienza e concedersi un periodo per recuperare le energie, per conoscere il bambino ed i suoi ritmi: 40 giorni sono il tempo ideale di recupero post parto in cui non ci si dovrebbe allenare (ovviamente le camminate sono sempre concesse!).

In quel periodo l’unica cosa che si potrà fare è concentrarsi sul recupero della funzionalità del perineo perché fortunatamente questo tipo di lavoro si può svolgere già dopo pochi giorni dopo il parto. Lavorare in modo molto soft su questa zona, effettuando delle contrazioni lente e controllate, è un buon modo per iniziare a ristabilire gli equilibri.

Si dovrà procedere in modo graduale e senza svolgere contrazioni brusche, abbinare sempre la corretta respirazione e darsi tempo per migliorare perché il parto è un evento abbastanza traumatico e necessita dei propri tempi di recupero.

Questi esercizi si svolgono visualizzando il pavimento pelvico e cercando di contrarre ed avvicinare le “pareti” che lo compongono: questo è possibile se la donna ha una buona consapevolezza della zona. Si può acquisire, come già detto, prima ancora che la gravidanza abbia inizio (sarebbe l’ideale) oppure durante la gestazione seguendo opportuni corsi organizzati per le future mamme.

Tutto questo meglio se svolte da sdraiate e facendo attenzione a non contrarre il retto dell’addome.

Anche in questo caso sono molti i professionisti che possono aiutarci, dal laureato in scienze motorie specializzato, all’ostetrica che ci ha assistite durante il parto.

 Nei mesi successivi, una volta appurato che il pavimento pelvico abbia ripreso le sue funzionalità (mediante una visita specialistica), si può pensare a riprendere l’attività di allenamento sempre in modo graduale e facendo attenzione a non creare eccessive pressioni a livello della cavità addominale.

Cesareo e interventi chirurgici

Il parto cesareo deve essere considerato a tutti gli effetti un intervento chirurgico, per questo motivo bisogna riabilitarsi attraverso l’aiuto di un fisioterapista.

Ma quando tutto è passato e si viene autorizzati a svolgere attività ed esercizi addominali?

Bisogna valutare caso per caso, non tutti gli interventi sono uguali e neanche le persone lo sono! Quindi armarsi di pazienza e cercare di capire quali siano gli esercizi più efficaci e meno rischiosi per la propria condizione fisica è sicuramente una mossa vincente.

In generale posso consigliare di iniziare da esercizi svolti in posizione sdraiata in particolare sul fianco oppure in quadrupedia. Lavorare curando la posizione in allungamento della colonna e la respirazione è fondamentale: bisogna espirare durante lo sforzo.

Inoltre è importantissimo saper pre-attivare il perineo e quindi il pavimento pelvico per evitare di gravare sulla colonna vertebrale.

Meglio inserire i crunch solo dopo alcune settimane di allenamento e farlo in modo graduale chiedendo sempre prima consiglio al medico.

Alcuni esercizi utili per queste particolari condizioni possono essere:

–          il plank laterale in isometria (ovvero mantenendo la posizione per alcuni secondi dai 6” in su) rimanendo in appoggio su avambraccio e ginocchia

–          esercizi di opposizione braccia-gambe per gli obliqui: da supini portare al petto il ginocchio, appoggiare il braccio corrispondente al suo interno. A questo punto spingere il ginocchio verso il braccio che si opporrà alla resistenza. Il movimento non si vede ma la contrazione c’è. Fate attenzione a non sollevare la nuca e cercate di mantenere la colonna vertebrale allineata. Ecco gli esercizi

Concludendo

Gli addominali in gravidanza e nel post parto possono essere allenati ma con le dovute cautele e soprattutto guidate da un esperto di ginnastica pre e post parto.

Allenare nel modo corretto l’addome ed il pavimento pelvico non solo vi aiuterà durante il travaglio ed il parto, non solo ridurrà la possibilità di comparsa di lombalgia durante e dopo la gestazione ma vi consentirà di recuperare più velocemente (ma sempre rispettando i tempi naturali) la vostra forma fisica dopo il parto.

Barbara Ramoino
Barbara Ramoino
Prof.ssa di Ed. fisica
Laurea in scienze e tecniche delle attività motorie preventive e adattate
Laurea e abilitazione in Scienze della Nutrizione

Vaccinazioni: il Calendario da 0-6 anni

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La comunicazione svolge un ruolo fondamentale per la vaccinazione

Dal 2017 la legge italiana ha reso obbligatorie 10 vaccinazioni e questo numero preoccupa e fa sorgere alcuni dubbi ai genitori. 

Alcuni ricercatori negli Stati Uniti hanno stimato che il sistema immunitario potrebbe “sopportare” fino a 10.000 vaccini somministrati contemporaneamente. Ciò significa che i 10 vaccini oggi obbligatori, anche se fossero eseguiti nella stessa seduta, andrebbero a impegnare solo un millesimo della capacità totale del sistema immunitario.

Un’altra perplessità è spesso destata dal fatto che i bambini vengono vaccinati a pochi mesi di vita. Il programma di vaccinazione inizia a 2 mesi compiuti (ossia dal 60° giorno di vita) per tre ragioni:

  • a 2 mesi il sistema immunitario del bambino è già in grado di rispondere ai vaccini;
  • attendere di più non aumenta la sicurezza della vaccinazione;
  • dopo i 2 mesi l’eventuale protezione garantita dagli anticorpi della mamma scompare (gli anticorpi vengono eliminati) e ogni ritardo nell’inizio delle vaccinazioni prolunga il periodo in cui il bambino è suscettibile alle infezioni prevenibili con il vaccino.

I 10 Vaccini obbligatori da quali malattie proteggono?

  1. La difterite che causa infiammazione della gola e delle mucose della bocca. Inoltre i batteri che causano la difterite producono una tossina in grado di danneggiare il cuore, i reni e il sistema nervoso.
  2. Il tetano causa gravi spasmi muscolari dovuti a una tossina prodotta da questo batterio. I batteri, solitamente, entrano nel corpo umano attraverso una ferita.
  3. La pertosse (tosse convulsa) è un’infezione respiratoria molto contagiosa e particolarmente pericolosa nei bambini di età inferiore ai 2 anni e nei soggetti con sistema immunitario compromesso.
  4. La Poliomielite un’infezione virale molto contagiosa che colpisce il midollo spinale e il cervello. La poliomielite può causare permanente debolezza muscolare, paralisi e, a volte, la morte
  5. L’Epatite B è una malattia virale che nella fase acuta si manifesta con un’ittero (colorazione gialla della pelle e degli occhi), stanchezza e vomito. Il rischio principale dell’epatite B è quello di sviluppare una forma cronica dell’infezione che conduce a cirrosi epatica o a un carcinoma del fegato. 
  6. L’ Haemophilus influenzae tipo b è un batterio che causa infezioni spesso gravi, soprattutto all’epiglottide e alle meningi nei bambini di età inferiore ai 5 anni
  7. La Varicella è una malattia infettiva acuta di origine virale la cui complicanza più comune è la polmonite
  8. Il Morbillo si manifesta con un’eruzione cutanea (esantema), che si presenta sotto forma di macchioline rosse, che partendo dalla testa in breve tempo (4-7 giorni) si diffonde in tutto il corpo. I sintomi sono simili a quelli di un raffreddore o un’influenza. Le rare ma gravi complicanze del morbillo lo rendono la più temuta tra le comuni malattie infettive dell’infanzia e può causare otite , laringite, polmonite o encefalite. 
  9. La Parotite è una malattia virale che colpisce le parotidi, grandi ghiandole salivari poste dietro ai rami della mandibola e sotto le orecchie. È comunemente conosciuta con il termine «orecchioni». Le complicanze dell’infezione sono più comuni negli adulti: orchite (infezione dei testicoli che interessa il 30% delle infezioni e che in casi isolati può provocare sterilità), meningite, pancreatite ed encefalite
  10. La Rosolia: come per la parotite le complicazioni si manifestano soprattutto negli adulti e possono portare a dolori alle articolazioni, encefalite, emorragie, orchite e neurite.

Durante il primo anno di vita il bambino verrà sottoposto a diversi cicli di base di vaccini che poi richiederanno (nella maggior parte dei casi) una dose di richiamo durante il secondo anno di vita.

  • Il vaccino esavalente (DTPa/IPV/Ep B/Hib) protegge contro:
  • la difterite,
  • il tetano, 
  • la pertosse,
  • la polio, 
  • l’epatite B 
  • infezioni da Haemophilus influenzae tipo b e viene somministrato in tre dosi . 

Nel secondo anno di vita sono previste le prime dosi di vaccinazione contro morbillo-parotite-rosolia (MPR) e contro la varicella (V) (13simo-15simo mese), sono somministrate mediante vaccino combinato quadrivalente MPRV, oppure tramite vaccino trivalente MPR e monovalente varicella in diversa sede anatomica   

Quinto e sesto anno di vita

È il momento per il richiamo delle vaccinazioni contro difterite, tetano, pertosse e poliomielite, che può essere effettuata con vaccini combinati ed è raccomandata la somministrazione della seconda dose del vaccino contro morbilloparotiterosolia e     varicella.

Rimangono fuori dall’obbligo, ma eseguibili volontariamente, altre vaccinazioni:

  • Anti-meningococcica B: protegge contro le infezioni causate dal batterio Neisseria meningitidis ed è raccomandata tra il 13simo e 15simo mese di vita 3 o 4 dosi nel primo anno di vita, a seconda del mese di somministrazione della prima dose (fortemente raccomandata per i nati a partire dal 2017)
  • Anti-rotavirus: 2 o 3 dosi nel primo anno di vita, a seconda del tipo di vaccino (fortemente raccomandata per i nati a partire dal 2017)
  • Anti-pneumococcica: 3 dosi nel primo anno di vita (fortemente raccomandata per i nati a partire dal 2012)
  • Anti-meningococcica C: 1° dose nel secondo anno di vita (fortemente raccomandata per i nati a partire dal 2012)

Tutte queste vaccinazioni sono offerte in modo attivo e gratuito dai servizi vaccinali 

Quando sono controindicati i vaccini?

Una precedente reazione allergica grave (reazione anafilattica) al vaccino o ad un suo componente è una controindicazione comune a tutti i vaccini. I vaccini di tipo vivo attenuato (p.es. morbillo-parotite-rosolia, varicella) sono, inoltre, controindicati in chi ha condizioni di salute o assume farmaci che comportano un grave deficit del sistema immunitario

I bambini con malattie croniche (p.es. diabete, asma, malattie autoimmuni), con disturbi neurologici o neuropsichiatrici (p.es. epilessia, autismo) o con malattie genetiche (p.es.sindrome di Down) possono essere vaccinati, a meno che non sia presente una grave depressione del sistema immunitario (in tal caso, come sopra riportato, sono controindicati i vaccini contenenti virus vivi attenuati). La presenza di malattie croniche può comportare un rischio più elevato di complicanze dovute alla malattia infettiva e i vaccini in questi soggetti sono fortemente raccomandati.